L'ITALIA PAESE TELEVISIVO
DALLA POLITICA ALLA MENZOGNA


di Giovanni Di Giuseppe



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1° dicembre 2005, scritto da digiu


L'Italia è un paese culturalmente dominato dal sistema televisivo. Perfino il nostro mondo politico nella sua notoriamente miope e anacronistica interpretazione degli accadimenti, intuì da subito l'importanza strategica che il mezzo televisivo riveste nella cultura di un paese medioborghese come il nostro e vi instaurò un controllo fin dalle origini.

Oggi ereditiamo il fardello di un apparato televisivo e specialmente telegiornalistico completamente lottizzato: se Tangentopoli ha saputo arginare la dilagante corruzione che permeava i gangli del nostro tessuto sociale dalla politica al mondo del lavoro, tale svolta non ha di certo influenzato il sistema televisivo, tuttoggi saldamente ancorato ad una struttura e ad una organizzazione di tipo feudale: fatta di raccomandazioni e accessi regolati non tanto dalle qualità professionali individuali, quanto piuttosto dall'eventuale possesso di tessere di partito.
A ciò si aggiunga che la RAI negli ultimi anni è stata sconquassata internamente da due movimenti tellurici d'impatto egualmente devastante:
Il primo è stato il completamento di quel processo di omologazione al modello della tv commerciale cominciato negli anni ottanta.

Il secondo invece ha riguardato l'insediamento a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi, padrone di Mediaset. La scelta di un premier già proprietario di tre reti televisive e di un'ampia fetta dell'editoria ha dato luogo al famigerato conflitto d'interessi, infine concretizzatosi in un controllo serrato sulla tv statale; di qui il diktat bulgaro sentenziato da Berlusconi alla vigilia di questa legislatura, vòlto a esiliare non soltanto alcuni tra i massimi professionisti del tubo catodico, ma gli elementari principi di libertà di tutti i cittadini.

A suffragio di questa che non è una tesi ma una organica constatazione della fenomenologia televisiva - almeno nelle sue manifestazioni odierne – e poi del rapporto che la neotelevisione intrattiene con la politica, trasmetterò alcune testimonianze tratte da una conferenza del 15 novembre scorso, tenuta da Marco Travaglio alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bologna; le parole e lo sguardo di un giornalista indipendente, illustrano a mio avviso molto meglio di qualsivoglia altro saggio la perversione del controllo politico che piano piano è divenuto abitudine, poi prassi e infine legge, tacita eppure ferrea, necessaria alla sopravvivenza di questo uso criminoso della politica e dei media, che oggi si impone in Italia.



PARTE 1. SULLA TELEVISIONE


La discussione intorno al mezzo televisivo sorge fin dalla sua apparizione, quando nel 1952 il Programma Nazionale effettuò le prime trasmissioni; tale dibattito, comunque, si incrementa a partire dal 1954 anno in cui tali trasmissioni assunsero cadenza regolare.

I primi autori a far parte del casting televisivo furono i cosiddetti corsari bianchi ossia alcuni intellettuali tra cui spiccavano i nomi di Umberto Eco, Gianni Vattimo e Furio Colombo, i quali vennero ingaggiati dalla RAI allo scopo di usare la televisione come mezzo educativo; almeno questa era l'intenzione dell'allora amministratore delegato Filiberto Guala, appoggiato da Amintore Fanfani.
Tuttavia gli intellettuali se ne allontanarono presto, pur continuando il dibattito intorno ad essa fino ad episodi culminanti, come alla metà degli anni settanta quando Pier Paolo Pasolini si scagliò contro la televisione, nella quale intravedeva lo strumento di omologazione dapprima del linguaggio e in seguito del pensiero.

Nonostante il controllo politico in seno all'ente, soprattutto da parte della Democrazia Cristiana che vide nella televisione il mezzo per avvicinare le masse ai valori cattolici, e nonostante i delicati passaggi storici come il sessantotto in cui il medium televisivo a detta della politica svolse comunque una parte fondamentale, fino alla fine degli anni sessanta non si registrarono cambiamenti sostanziali nella gestione del mezzo.

Due furono invece le tappe decisive: la prima nel 1969 con un ordine di servizio interno alla RAI che di fatto esautorò la vecchia efficiente dirigenza apartitica, soppiantata da un nuovo organigramma in cui le cariche e la burocrazia si moltiplicavano, diventando terreno di conquista.

A questo sviluppo fece seguito, nel 1975, il varo dell'ormai storica Riforma Rai che infine aprì definitivamente la strada alla lottizzazione plenaria dell'organigramma dell'azienda e contestualmente diede il via alla Terza Rete che si aggiungeva al Primo e al Secondo Canale.

L'altra fondamentale svolta arrivò il primo febbraio 1985 con l'approvazione del decreto cosiddetto salva private voluto da Bettino Craxi, prima bocciato dal Parlamento, poi riscritto dal ministro Gava; il decreto bis concesse alla Fininvest berlusconiana di trasmettere – in differita – su tutto il territorio nazionale.

Quello che Aldo Grasso definisce l'impero di Sua Emittenza Berlusconi, il quale rispettivamente nel 1982 e nel 1984 aveva rilevato Italia1 dalla famiglia Rusconi e Retequattro da Mondadori affiancandole alla sua Canale5, ottiene dunque la definitiva legittimazione.

La Fininvest inaugura così il duopolio del mercato televisivo intraprendendo una battaglia all'insegna del rinnovamento dei programmi in onda: mercificando fino al parossismo i palinsesti e promuovendo mediante gli autori delle sue reti una rivoluzione dell'intero processo di fruizione del prodotto televisivo, rendendolo quindi per molti aspetti più interattivo, diversificato e culturalmente leggero per non dire triviale.
Con questa svolta e innazitutto con l'abile e decisiva intuizione di fondare una società interna di raccolta degli inserzionisti (Publitalia), la tv commerciale si aggiudica la partita arrivando a contendere il primato degli ascolti ad una RAI sempre più incapace di stare al passo, con l'audience e coi bilanci, e infine costretta ad emulare la sua rivale.


(ASCOLTA IN MP3 Marco Travaglio: 'omologazione' dur. 1,46 min.)


Umberto Eco, nel 1983 aveva coniato ad hoc il termine neotelevisione, per identificare appunto il radicale mutamento che l'universo televisivo nazionale ha conosciuto in quegli anni.

Un mondo, quello della televisione, completamente declinato sulla base della spettacolarizzazione; tanto aggressivo e moralista quanto radicato nel conformismo di cui talvolta si rende strumento, talaltra artefice.

Il taglio, il dinamismo, la fasulla domesticità di uno studio televisivo alimentano l'efficacia affabulatoria dell'intero medium: veicolo di flussi di immagini, musica e parole espressi con un linguaggio che a dispetto di quello cinematografico si rivela popolare e comprensibile ai più.

A tutto ciò va sommata la larga diffusione degli apparecchi televisivi e la gratuità della ricezione dei canali e si otterrà l'autentica forza del mezzo.

Pertanto ciascun prodotto televisivo che transiti nei palinsesti è l'esito di un compromesso tra finzione e realtà, in una mescolanza indissolubile di vero e di artificioso; per definizione tale prodotto essendo finzionale può sottrarsi all'obbligo di rispondere ai principi di ordine etico e d'altra parte non potendo definirsi del tutto finzionale mantiene apparentemente un saldo legame con la realtà, crogiolandosi così in quella terra di nessuno quanto ambigua tanto più seducente.
Questa, in fondo, è la falla che se sfruttata a dovere da soggetti interessati e senza scrupoli come d'altra parte si stanno dimostrando gli attori politici, dà luogo alla deriva del senso e della funzione televisiva di cui oggi raccogliamo i penosi frutti.

Esattamente su tali premesse monta il tremendo equivoco secondo il quale la parte di pubblico più vulnerabile o per meglio dire più credulona sia indotta a ritenere che quanto passi in tv equivalga necessariamente al vero e, per estensione, che i criteri di importanza di un fatto o perfino di un personaggio siano condizionati dal suo eventuale passaggio televisivo.
Legato a doppio filo al primo, sorge un secondo equivoco: l'inettitudine delle masse è tale da renderle incapaci di comprendere che il mondo della televisione sia soggetto ad una gerarchia subordinata al diretto controllo dell'esecutivo.




PARTE 2. SULLA POLITICA DELLA TELEVISIONE


Avendo colto dalla Storia la lezione fondamentale, la politica nell'era contemporanea ha imparato a calcolare e soppesare ogni rapporto coi media di massa; laddove le fosse consentito ha cercato poi di imporre il suo controllo al fine di propagandare il proprio pensiero e ottenere consensi elettorali, dunque potere.
Naturalmente nell'attuale società, o per meglio dire in quella che secondo una fortunata definizione di Rifkin è l'era dell'accesso, alcuni obiettivi chiave sono rappresentati in prima istanza dalla televisione e successivamente dai giornali.

Nella fattispecie, in Italia, tale fenomeno si è potuto osservare distintamente con l'impegno politico diretto di Silvio Berlusconi a partire dal 1994. Il self made man di Arcore, già imprenditore di successo, già iscritto alla Loggia massonica P2 di Licio Gelli, supportato da tre reti televisive e da un quotidiano di partito, al suo ingresso nell'agone politico nel corso delle prime elezioni, ottenne un terzo delle preferenze.
Le ragioni di questa sorprendente popolarità furono facilmente rintracciate: oltre che del carisma comunicativo già di per sé intrinseco alla figura di homo novus, Berlusconi beneficiò di un collaudato e potente apparato mediatico. Precisamente fu proprio tramite il mezzo televisivo che gli uomini di spettacolo, suoi dipendenti e amici, in assenza di par condicio gli fecero da spudorato traino.

Corre obbligo di ricordare che l'impero televisivo Fininvest si era via via consolidato, ma fu soltanto a partire dal 1990, durante il governo Andreotti, che la crescita assunse un ritmo vorticoso, cioè in concomitanza all'approvazione della tanto contestata legge Mammì, in virtù della quale alle reti Fininvest fu accordato il permesso di trasmettere in diretta e di trasmettere telegiornali.


Fu giusto all'indomani dello scandalo Tangentopoli, scoppiato nel 1992, che si intuì con estrema chiarezza la nocività della lottizzazione in seno alla RAI; l'unanime condanna verso il sistema politico corrotto di quegli anni portò il 25 giugno 1993 all'approvazione della legge 206, altrimenti nota come legge antilottizzazione.

Essa sostanzialmente conferì ai presidenti delle Camere l'autorità di nominare i vertici del consiglio di amministrazione RAI nel numero di cinque, i quali poterono scegliere da loro il presidente.

I benefici furono immediatamente visibili, iniziò infatti la stagione della RAI dei professori, ossia entrarono nel consiglio di amministrazione della tv di Stato le figure esterne al gioco politico. Demattè, prorettore dell'Università Bocconi di Milano, e i suoi cinque consiglieri: Feliciano Benvenuti, Tullio Gregory, Paolo Murialdi, Elvira Sellerio e Gianni Locatelli non appena insediati cercarono di razionalizzare la spesa eliminando numerosi dirigenti e in qualche modo colpendo proprio il noto ordine di servizio del 1969 che aveva dato la stura alla compravendita delle carriere in RAI.

Malgrado ciò il capitolo dei professori venne sollecitamente archiviato, pochi mesi dopo infatti, Berlusconi vincendo le elezioni, chiamò Letizia Moratti a dirigere la RAI.

La situazione oggi non pare migliorata: a dieci anni di distanza l'artiglio politico, non accenna a mollare la presa; al contrario la situazione pare proprio precipitata nell'agosto 2005 in conseguenza dell'approvazione della legge Gasparri, quando l'universo politico, consensualmente da sinistra a destra, ha piazzato quattro parlamentari nel consiglio d'amministrazione.
I loro nomi sono: Giuliano Urbani di FI, Gennaro Malgieri di AN, Giovanna Bianchi Clerici della Lega, Carlo Rognoni dei DS.
L'insediamento di parlamentari nel CdA non ha precedenti nella storia della RAI come ribadisce lo stesso Marco Travaglio.


(
ASCOLTA IN MP3 Marco Travaglio: 'cda rai', dur. 1,29 min.)


Quello appena ricostruito è il sommerso la cui punta dell'iceberg è oggi costituita dal vero e proprio braccio di ferro che la coalizione di governo sta sostenendo contro tutte le figure scomode del mondo giornalistico e televisivo. La prima ondata di epurazione ha estromesso dalla RAI Enzo Biagi, Giovanni Santoro e Daniele Luttazzi, nella più totale indifferenza di un'opposizione incompetente e insieme complice.

La seconda ondata ha prodotto le dimissioni di Ferruccio De Bortoli dal Corriere della Sera e quella di Furio Colombo dalla direzione dell'Unità, nonché la sospensione del programma satirico RaiOt di Sabina Guzzanti e la censura perpetrata a scapito di Paolo Rossi, Oliviero Beha, Massimo Fini e Paolo Hendel.


Nella conferenza all'Università di Bologna e nel suo testo uscito ieri in libreria, Marco Travaglio sottolinea che il caso di Furio Colombo e il caso RaiOt sono pienamente imputabili alla responsabilità della coalizione di centrosinistra: l'allontanamento di Colombo dall'Unità non è che un dono dei DS al Cavaliere Silvio Berlusconi; il caso di sospensione di RaiOt si deve invece al Cda presieduto da Lucia Annunziata.
Oltretutto, i processi e il rigetto delle querele da parte della magistratura hanno affermato, semmai fosse sorto il dubbio, l'arbitrarietà dei procedimenti politici nei confronti di Giovanni Santoro, Daniele Luttazzi, Marco Travaglio e Sabina Guzzanti.


Il piano politico appena tracciato appare a questo punto chiaro e lineare; esso volge da una parte a neutralizzare l'informazione televisiva per qualunque canale essa passi: programma di approfondimento, satira, giornalismo; dall'altra a soppiantarla col nulla rispecchiato dalla reality tv e dai vari salottini dei talkshow.
Ed è in tal modo che un simile disegno ha conseguito il più ambizioso dei traguardi: limitare la libertà di pensiero e di parola circoscrivendola ad un ambito rigorosamente extra-televisivo e in qualche caso perfino extra-giornalistico.

Tra gli obiettivi collaterali e ciononostante di uguale gravità figurano un prodotto televisivo che oggi gareggia al ribasso per qualità, distinguendosi come metronomo del più becero qualunquismo e in seconda battuta lo smarrimento di qualsiasi connotazione educativa o culturale nella tv di Stato.

Infine, l'aspetto forse più allarmante e tuttavia di esemplare eloquenza è dato dal fatto che buona parte delle testimonianze obiettive o perlomeno di informazione che riguardano lo statu quo senza imbellettamenti di sorta, passano oggi attraverso gli autori satirici o i giornalisti indipendenti, quindi attraverso i teatri, la Rete, le librerie e seppure più raramente e con qualche difficoltà anche attraverso la carta stampata; in nessun caso, esse passano dalla televisione!


(
ASCOLTA IN MP3 Marco Travaglio: 'in tv no', dur. 5,34 min.)


Lo sfacelo di danni incalcolabili prodotti da questa involuzione si evince palesemente quando ci si vede costretti a prendere atto delle potenzialità del medium televisivo e insieme della sua turpe strumentalizzazione al servizio del misero tornaconto di bottega, ora di sinistra ora di destra. Allorquando si tratti di gestione del mezzo televisivo si svela d'un colpo l'armonia tra i due Poli, nella perfetta convergenza di un comune interesse, ormai privo di qualsivoglia conflitto.

Allo stato attuale tale prodotto mal abortito e tale degenerazione risultano inaccettabili.

Beninteso, non soltanto per l'infimo livello raggiunto dall'offerta tv globale, anzi tale imbarbarimento non è che un mezzo per alzare via via la posta in gioco e presto, salvo stravolgimenti imprevedibili, per aggiudicarsela; passare gradualmente per un bieco involgarimento dei costumi di massa, infatti, altro non è stato che il primo intervento per indurre ogni teledipendente a non desiderare un prodotto diverso da quel che gli venisse imposto; nondimeno ciò ha generato un'assuefazione tesa a narcotizzare le facoltà critiche di quella consistente fetta di popolazione che per indolenza o scarsa istruzione e talora deliberatamente, si è offerta in pasto al medium televisivo delegandolo di ogni funzione del pensiero.


(
ASCOLTA IN MP3 Marco Travaglio: 'assuefazione', dur. 42 sec.)


Da ultimo, dovrebbe far specie constatare che se fino agli anni ottanta la corruzione era obbligata a seguire vie occulte, dal 1994 (anno fatidico in cui Berlusconi decise di sbarcare in politica per sottrarsi alla giustizia dei tribunali), la strada della corruzione ha potuto seguire un cammino dalle tappe visibili e perfino abbacinanti per coloro i quali non abbiano indossato e non indossino la benda catodica o del giornalismo fazioso; e più d'ogni altra cosa dovrebbe far specie constatare che oggi la televisione assolva alla funzione di oppio che obnubila le menti, quasi che George Orwell sia stato profeta.




PARTE 3. RIFLESSIONI SU UNA DERIVA PIANIFICATA


Alla luce di quanto poc'anzi considerato, ho cercato di illustrare seppure sommariamente i vari passaggi storico-politici che spieghino il 'come' si sia pervenuti a una tale deriva nell'uso del medium televisivo.
Tuttavia per ottenere un quadro globale, occorre altresì guardare agli effetti che queste cause hanno prodotto e, nonostante ad un'analisi attenta questi paiano evidenti, essi risultano a mio avviso assai sottili e pericolosi.

Ovviamente se ne potrebbero individuare una infinità e dissertarne a lungo, tuttavia intendo soffermarmi soltanto sui tre che ritengo principali:

a) Il primo consiste nel tentativo di abolizione della complessità e della problematicità del reale.

Perseguendo tale strategia mediatica, la politica non mira ad avvicinare la gente alle questioni in campo, ma tende a rassicurarla istigandola all'ignoranza delle stesse.
L'oramai famigerato adagio berlusconiano, secondo il quale “tutto va bene”, non è che uno slogan coniato allo scopo di persuadere gli ascoltatori a non riflettere sulle ragioni di un problema, poiché il problema nel momento stesso in cui ce lo poniamo non sussiste: a detta del governo esso è risolvibile se non già risolto.
Inoltre, questa dinamica elementare si avvale anche di subdoli artifici retorici col manifesto proposito di fuorviare una corretta percezione dei fatti da parte dell'opinione pubblica.
Esemplare in tal senso è il diffondersi di termini come “esportatori di pace e di democrazia” per identificare i soldati in guerra in Iraq; oppure “effetto euro” adottato come alibi generalistico e generalizzato per descrivere un'economia, quella italiana, ormai in perenne calo pure a confronto dei tanti paesi europei entrati nell'Unione i cui conti pubblici oggi godano di ottima salute o vadano risanandosi più velocemente rispetto ai nostri.
L'abolizione della complessità e della problematicità del reale perciò trova la sua scaturigine nello svilimento del linguaggio a favore degli slogan. Il linguaggio viene declassato a semplice veicolo di banali idealizzazioni ed è questo l'inganno che la satira di Daniele Luttazzi e di Beppe Grillo giungono a smascherare, incitando il pubblico a ribellarvisi e sottoponendosi al confino professionale imposto loro dal potere politico.



b) Il secondo effetto è la vampirizzazione politica del concetto di agenda setting.

Nel gergo tecnico della comunicazione, con il termine anglosassone agenda setting si intende testualmente il “mettere all'ordine del giorno”.
Ora, mentre in passato era la televisione cooperativamente con gli altri media di massa a vigilare sulla politica forzandola ad occuparsi di ciò di cui i cittadini esigono che si occupi, recentemente in Italia tale tendenza è stata capovolta.
Data la pressione di un presidente del consiglio che possiede tre reti televisive e controlla le restanti tre, la politica ha potuto assumere il pieno controllo del giornalismo televisivo e si occupa essa stessa dell'agenda building, ossia di focalizzare l'attenzione pubblica su certi temi, per contro distogliendola da altri.

Il risultato è che oggi in Italia, la sfera politica intende pilotare l'informazione e per quanto concerne il medium televisivo, senza dubbio ci è già riuscita.


(ASCOLTA IN MP3 Marco Travaglio: 'informazione oggi' dur. 8,19 min.)



c) Il terzo effetto è dato dalla rimozione degli stimoli reciproci, tra media e politica, a perseguire e dire il vero.

Questo punto è probabilmente una diretta conseguenza dei primi due; difatti un giornalismo del tutto asservito alla politica oltre a concedere carta bianca alla corruzione, ove questa intenda agire indisturbata senza premurarsi di rispondere delle proprie malefatte, per converso si autostimola a parteggiare politicamente, prestandosi esso stesso alla menzogna onde ottenere riconoscimenti e premi dagli organi di partito ai quali dà manforte.

Sicché, l'ultima e amara osservazione, consiste nell'affermare che la televisione generalista, sia essa Mediaset o RAI, passo dopo passo si è trasformata nella prima e principale arma atta a difendere e insieme perpetuare la perversione di una deriva politica fondata sulle bugie.



(
ASCOLTA IN MP3 MarcoTravaglio: 'sagome di cartone' dur. 6,32 min.)




PARTE 4. CHI SONO LE VITTIME ?


Naturalmente di domanda retorica si tratta e una risposta sembrerebbe superflua o quantomeno scontata; per cui la affido, in chiusura, alle parole di Marco Travaglio.



(ASCOLTA IN MP3 Marco Travaglio: 'vittime' dur. 1,52 min.)





(scrivi una email all'autore)




L'audio completo (dura oltre due ore...) della recente conferenza di Marco Travaglio all'Università di Bologna circola liberamente in Rete. Una copia è reperibile all'indirizzo:


http://www.piazzaaldrovandi19.org/travaglio.mp3





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