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dicembre 2005, scritto da digiu
L'Italia
è un paese culturalmente dominato dal sistema televisivo.
Perfino il nostro mondo politico nella sua notoriamente miope e
anacronistica interpretazione degli accadimenti, intuì da
subito l'importanza strategica che il mezzo televisivo riveste
nella cultura di un paese medioborghese come il nostro e vi
instaurò un controllo fin dalle origini.
Oggi
ereditiamo il fardello di un apparato televisivo e specialmente
telegiornalistico completamente lottizzato: se
Tangentopoli ha saputo arginare la dilagante corruzione che
permeava i gangli del nostro tessuto sociale dalla politica al
mondo del lavoro, tale svolta non ha di certo influenzato il
sistema televisivo, tuttoggi saldamente ancorato ad una struttura
e ad una organizzazione di tipo feudale: fatta di
raccomandazioni e accessi regolati non tanto dalle qualità
professionali individuali, quanto piuttosto dall'eventuale
possesso di tessere di partito. A ciò si aggiunga che
la RAI negli ultimi anni è stata sconquassata internamente
da due movimenti tellurici d'impatto egualmente
devastante: Il primo è stato il completamento di
quel processo di omologazione al modello della tv
commerciale cominciato negli anni ottanta.
Il secondo
invece ha riguardato l'insediamento a Palazzo Chigi di Silvio
Berlusconi, padrone di Mediaset. La scelta di un premier già
proprietario di tre reti televisive e di un'ampia fetta
dell'editoria ha dato luogo al famigerato conflitto
d'interessi, infine concretizzatosi in un controllo
serrato sulla tv statale; di qui il diktat bulgaro sentenziato da
Berlusconi alla vigilia di questa legislatura, vòlto a
esiliare non soltanto alcuni tra i massimi professionisti del
tubo catodico, ma gli elementari principi di libertà di
tutti i cittadini.
A suffragio di questa che non è
una tesi ma una organica constatazione della fenomenologia
televisiva - almeno nelle sue manifestazioni odierne –
e poi del rapporto che la neotelevisione intrattiene con la
politica, trasmetterò alcune testimonianze tratte da una
conferenza del 15 novembre scorso, tenuta da Marco Travaglio
alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università
di Bologna; le parole e lo sguardo di un giornalista
indipendente, illustrano a mio avviso molto meglio di
qualsivoglia altro saggio la perversione del controllo
politico che piano piano è divenuto abitudine, poi
prassi e infine legge, tacita eppure ferrea, necessaria
alla sopravvivenza di questo uso criminoso della politica
e dei media, che oggi si impone in Italia.
PARTE
1. SULLA TELEVISIONE
La
discussione intorno al mezzo televisivo sorge fin dalla sua
apparizione, quando nel 1952 il Programma Nazionale
effettuò le prime trasmissioni; tale dibattito, comunque,
si incrementa a partire dal 1954 anno in cui tali
trasmissioni assunsero cadenza regolare.
I
primi autori a far parte del casting televisivo furono i
cosiddetti corsari bianchi ossia alcuni intellettuali tra
cui spiccavano i nomi di Umberto Eco, Gianni Vattimo e Furio
Colombo, i quali vennero ingaggiati dalla RAI allo scopo di usare
la televisione come mezzo educativo; almeno questa era
l'intenzione dell'allora amministratore delegato Filiberto Guala,
appoggiato da Amintore Fanfani. Tuttavia gli intellettuali se
ne allontanarono presto, pur continuando il dibattito intorno ad
essa fino ad episodi culminanti, come alla metà degli anni
settanta quando Pier Paolo Pasolini si scagliò
contro la televisione, nella quale intravedeva lo strumento di
omologazione dapprima del linguaggio e in seguito del
pensiero.
Nonostante il controllo politico in seno
all'ente, soprattutto da parte della Democrazia Cristiana che
vide nella televisione il mezzo per avvicinare le masse ai valori
cattolici, e nonostante i delicati passaggi storici come il
sessantotto in cui il medium televisivo a detta della politica
svolse comunque una parte fondamentale, fino alla fine degli anni
sessanta non si registrarono cambiamenti sostanziali nella
gestione del mezzo.
Due furono invece le tappe decisive:
la prima nel 1969 con un ordine di servizio interno
alla RAI che di fatto esautorò la vecchia efficiente
dirigenza apartitica, soppiantata da un nuovo organigramma
in cui le cariche e la burocrazia si moltiplicavano, diventando
terreno di conquista.
A
questo sviluppo fece seguito, nel 1975, il varo dell'ormai
storica Riforma Rai che infine aprì definitivamente
la strada alla lottizzazione plenaria dell'organigramma
dell'azienda e contestualmente diede il via alla Terza Rete
che si aggiungeva al Primo e al Secondo Canale.
L'altra
fondamentale svolta arrivò il primo febbraio 1985
con l'approvazione del decreto cosiddetto salva private
voluto da Bettino Craxi, prima bocciato dal Parlamento, poi
riscritto dal ministro Gava; il decreto bis concesse alla
Fininvest berlusconiana di trasmettere – in differita –
su tutto il territorio nazionale.
Quello
che Aldo Grasso definisce l'impero di Sua Emittenza
Berlusconi, il quale rispettivamente nel 1982 e nel 1984
aveva rilevato Italia1 dalla famiglia Rusconi e
Retequattro da Mondadori affiancandole alla sua Canale5,
ottiene dunque la definitiva legittimazione.
La
Fininvest inaugura così il duopolio del mercato televisivo
intraprendendo una battaglia all'insegna del rinnovamento
dei programmi in onda: mercificando fino al parossismo i
palinsesti e promuovendo mediante gli autori delle sue reti una
rivoluzione dell'intero processo di fruizione del prodotto
televisivo, rendendolo quindi per molti aspetti più
interattivo, diversificato e culturalmente leggero
per non dire triviale. Con questa svolta e innazitutto
con l'abile e decisiva intuizione di fondare una società
interna di raccolta degli inserzionisti (Publitalia), la
tv commerciale si aggiudica la partita arrivando a contendere il
primato degli ascolti ad una RAI sempre più incapace di
stare al passo, con l'audience e coi bilanci, e infine costretta
ad emulare la sua rivale.
(ASCOLTA
IN MP3 Marco
Travaglio: 'omologazione' dur. 1,46 min.)
Umberto
Eco, nel 1983 aveva coniato ad hoc il termine neotelevisione,
per identificare appunto il radicale mutamento che l'universo
televisivo nazionale ha conosciuto in quegli anni.
Un
mondo, quello della televisione, completamente declinato sulla
base della spettacolarizzazione; tanto aggressivo e
moralista quanto radicato nel conformismo di cui talvolta
si rende strumento, talaltra artefice.
Il taglio, il
dinamismo, la fasulla domesticità di uno
studio televisivo alimentano l'efficacia affabulatoria
dell'intero medium: veicolo di flussi di immagini, musica e
parole espressi con un linguaggio che a dispetto di quello
cinematografico si rivela popolare e comprensibile ai più.
A
tutto ciò va sommata la larga diffusione degli
apparecchi televisivi e la gratuità della ricezione
dei canali e si otterrà l'autentica forza del
mezzo.
Pertanto ciascun prodotto televisivo che transiti
nei palinsesti è l'esito di un compromesso tra
finzione e realtà, in una mescolanza indissolubile
di vero e di artificioso; per definizione tale
prodotto essendo finzionale può sottrarsi all'obbligo di
rispondere ai principi di ordine etico e d'altra parte non
potendo definirsi del tutto finzionale mantiene
apparentemente un saldo legame con la realtà,
crogiolandosi così in quella terra di nessuno
quanto ambigua tanto più seducente. Questa,
in fondo, è la falla che se sfruttata a dovere da soggetti
interessati e senza scrupoli come d'altra parte si stanno
dimostrando gli attori politici, dà luogo alla deriva
del senso e della funzione televisiva di cui oggi raccogliamo i
penosi frutti.
Esattamente su tali premesse monta il
tremendo equivoco secondo il quale la parte di pubblico
più vulnerabile o per meglio dire più credulona sia
indotta a ritenere che quanto passi in tv equivalga
necessariamente al vero e, per estensione, che i criteri di
importanza di un fatto o perfino di un personaggio siano
condizionati dal suo eventuale passaggio televisivo. Legato a
doppio filo al primo, sorge un secondo equivoco:
l'inettitudine delle masse è tale da renderle incapaci di
comprendere che il mondo della televisione sia soggetto ad una
gerarchia subordinata al diretto controllo dell'esecutivo.
PARTE
2. SULLA POLITICA DELLA TELEVISIONE
Avendo
colto dalla Storia la lezione fondamentale, la politica nell'era
contemporanea ha imparato a calcolare e soppesare ogni rapporto
coi media di massa; laddove le fosse consentito ha cercato poi di
imporre il suo controllo al fine di propagandare il
proprio pensiero e ottenere consensi elettorali, dunque
potere. Naturalmente nell'attuale società, o per meglio
dire in quella che secondo una fortunata definizione di Rifkin è
l'era dell'accesso, alcuni obiettivi chiave sono
rappresentati in prima istanza dalla televisione e
successivamente dai giornali.
Nella fattispecie, in
Italia, tale fenomeno si è potuto osservare distintamente
con l'impegno politico diretto di Silvio Berlusconi a partire dal
1994. Il self made man di Arcore, già imprenditore
di successo, già iscritto alla Loggia massonica P2
di Licio Gelli, supportato da tre reti televisive e da un
quotidiano di partito, al suo ingresso nell'agone politico
nel corso delle prime elezioni, ottenne un terzo delle
preferenze. Le ragioni di questa sorprendente popolarità
furono facilmente rintracciate: oltre che del carisma
comunicativo già di per sé intrinseco alla figura
di homo novus, Berlusconi beneficiò di un
collaudato e potente apparato mediatico. Precisamente fu
proprio tramite il mezzo televisivo che gli uomini di spettacolo,
suoi dipendenti e amici, in assenza di par condicio gli
fecero da spudorato traino.
Corre obbligo di
ricordare che l'impero televisivo Fininvest si era via via
consolidato, ma fu soltanto a partire dal 1990, durante il
governo Andreotti, che la crescita assunse un ritmo vorticoso,
cioè in concomitanza all'approvazione della tanto
contestata legge Mammì, in virtù della quale
alle reti Fininvest fu accordato il permesso di trasmettere in
diretta e di trasmettere telegiornali.
Fu
giusto all'indomani dello scandalo Tangentopoli, scoppiato
nel 1992, che si intuì con estrema chiarezza la nocività
della lottizzazione in seno alla RAI; l'unanime condanna verso il
sistema politico corrotto di quegli anni portò il 25
giugno 1993 all'approvazione della legge 206,
altrimenti nota come legge antilottizzazione.
Essa
sostanzialmente conferì ai presidenti delle Camere
l'autorità di nominare i vertici del consiglio di
amministrazione RAI nel numero di cinque, i quali poterono
scegliere da loro il presidente.
I benefici furono
immediatamente visibili, iniziò infatti la stagione della
RAI dei professori, ossia entrarono nel consiglio
di amministrazione della tv di Stato le figure esterne al
gioco politico. Demattè, prorettore dell'Università
Bocconi di Milano, e i suoi cinque consiglieri: Feliciano
Benvenuti, Tullio Gregory, Paolo Murialdi, Elvira Sellerio e
Gianni Locatelli non appena insediati cercarono di razionalizzare
la spesa eliminando numerosi dirigenti e in qualche modo colpendo
proprio il noto ordine di servizio del 1969 che aveva dato
la stura alla compravendita delle carriere in
RAI.
Malgrado ciò il capitolo dei professori
venne sollecitamente archiviato, pochi mesi dopo infatti,
Berlusconi vincendo le elezioni, chiamò Letizia Moratti
a dirigere la RAI.
La situazione oggi non pare
migliorata: a dieci anni di distanza l'artiglio politico,
non accenna a mollare la presa; al contrario la situazione pare
proprio precipitata nell'agosto 2005 in conseguenza
dell'approvazione della legge Gasparri, quando l'universo
politico, consensualmente da sinistra a destra, ha piazzato
quattro parlamentari nel consiglio d'amministrazione. I loro
nomi sono: Giuliano Urbani di FI, Gennaro Malgieri
di AN, Giovanna Bianchi Clerici della Lega, Carlo
Rognoni dei DS. L'insediamento di parlamentari nel CdA non
ha precedenti nella storia della RAI come ribadisce lo stesso
Marco Travaglio.
(ASCOLTA
IN MP3 Marco
Travaglio: 'cda rai', dur. 1,29 min.)
Quello
appena ricostruito è il sommerso la cui punta dell'iceberg
è oggi costituita dal vero e proprio braccio di ferro
che la coalizione di governo sta sostenendo contro tutte le
figure scomode del mondo giornalistico e televisivo. La prima
ondata di epurazione ha estromesso dalla RAI Enzo Biagi,
Giovanni Santoro e Daniele Luttazzi, nella più totale
indifferenza di un'opposizione incompetente e
insieme complice.
La seconda ondata ha prodotto le
dimissioni di Ferruccio De Bortoli dal Corriere della Sera
e quella di Furio Colombo dalla direzione dell'Unità,
nonché la sospensione del programma satirico RaiOt
di Sabina Guzzanti e la censura perpetrata a scapito di Paolo
Rossi, Oliviero Beha, Massimo Fini e Paolo Hendel.
Nella
conferenza all'Università di Bologna e nel suo testo
uscito ieri in libreria, Marco Travaglio sottolinea che il caso
di Furio Colombo e il caso RaiOt sono pienamente
imputabili alla responsabilità della coalizione di
centrosinistra: l'allontanamento di Colombo dall'Unità
non è che un dono dei DS al Cavaliere Silvio
Berlusconi; il caso di sospensione di RaiOt si deve
invece al Cda presieduto da Lucia Annunziata. Oltretutto,
i processi e il rigetto delle querele da parte della magistratura
hanno affermato, semmai fosse sorto il dubbio, l'arbitrarietà
dei procedimenti politici nei confronti di Giovanni Santoro,
Daniele Luttazzi, Marco Travaglio e Sabina Guzzanti.
Il
piano politico appena tracciato appare a questo punto chiaro e
lineare; esso volge da una parte a neutralizzare
l'informazione televisiva per qualunque canale essa passi:
programma di approfondimento, satira, giornalismo; dall'altra a
soppiantarla col nulla rispecchiato dalla reality tv
e dai vari salottini dei talkshow. Ed è in tal
modo che un simile disegno ha conseguito il più ambizioso
dei traguardi: limitare la libertà di pensiero e di
parola circoscrivendola ad un ambito rigorosamente
extra-televisivo e in qualche caso perfino
extra-giornalistico.
Tra gli obiettivi collaterali e
ciononostante di uguale gravità figurano un prodotto
televisivo che oggi gareggia al ribasso per qualità,
distinguendosi come metronomo del più becero qualunquismo
e in seconda battuta lo smarrimento di qualsiasi connotazione
educativa o culturale nella tv di Stato.
Infine,
l'aspetto forse più allarmante e tuttavia di esemplare
eloquenza è dato dal fatto che buona parte delle
testimonianze obiettive o perlomeno di informazione che
riguardano lo statu quo senza imbellettamenti di sorta,
passano oggi attraverso gli autori satirici o i giornalisti
indipendenti, quindi attraverso i teatri, la Rete, le librerie e
seppure più raramente e con qualche difficoltà
anche attraverso la carta stampata; in nessun caso, esse
passano dalla televisione!
(ASCOLTA
IN MP3 Marco
Travaglio: 'in tv no', dur. 5,34 min.)
Lo
sfacelo di danni incalcolabili prodotti da questa involuzione si
evince palesemente quando ci si vede costretti a prendere atto
delle potenzialità del medium televisivo e insieme
della sua turpe strumentalizzazione al servizio del misero
tornaconto di bottega, ora di sinistra ora di destra. Allorquando
si tratti di gestione del mezzo televisivo si svela d'un colpo
l'armonia tra i due Poli, nella perfetta convergenza di un
comune interesse, ormai privo di qualsivoglia
conflitto.
Allo stato attuale tale prodotto mal
abortito e tale degenerazione risultano
inaccettabili.
Beninteso, non soltanto per l'infimo
livello raggiunto dall'offerta tv globale, anzi tale
imbarbarimento non è che un mezzo per alzare via
via la posta in gioco e presto, salvo stravolgimenti
imprevedibili, per aggiudicarsela; passare gradualmente per un
bieco involgarimento dei costumi di massa, infatti, altro
non è stato che il primo intervento per indurre ogni
teledipendente a non desiderare un prodotto diverso da
quel che gli venisse imposto; nondimeno ciò ha generato
un'assuefazione tesa a narcotizzare le facoltà
critiche di quella consistente fetta di popolazione che per
indolenza o scarsa istruzione e talora deliberatamente, si è
offerta in pasto al medium televisivo delegandolo di ogni
funzione del pensiero.
(ASCOLTA
IN MP3 Marco
Travaglio: 'assuefazione', dur. 42 sec.)
Da
ultimo, dovrebbe far specie constatare che se fino agli anni
ottanta la corruzione era obbligata a seguire vie occulte,
dal 1994 (anno fatidico in cui Berlusconi decise di sbarcare in
politica per sottrarsi alla giustizia dei tribunali), la strada
della corruzione ha potuto seguire un cammino dalle tappe
visibili e perfino abbacinanti per coloro i quali non abbiano
indossato e non indossino la benda catodica o del
giornalismo fazioso; e più d'ogni altra cosa dovrebbe far
specie constatare che oggi la televisione assolva alla funzione
di oppio che obnubila le menti, quasi che George Orwell
sia stato profeta.
PARTE
3. RIFLESSIONI SU UNA DERIVA PIANIFICATA
Alla
luce di quanto poc'anzi considerato, ho cercato di illustrare
seppure sommariamente i vari passaggi storico-politici che
spieghino il 'come' si sia pervenuti a una tale deriva
nell'uso del medium televisivo. Tuttavia per ottenere un
quadro globale, occorre altresì guardare agli effetti
che queste cause hanno prodotto e, nonostante ad un'analisi
attenta questi paiano evidenti, essi risultano a mio avviso assai
sottili e pericolosi.
Ovviamente se ne potrebbero
individuare una infinità e dissertarne a lungo, tuttavia
intendo soffermarmi soltanto sui tre che ritengo principali:
a)
Il primo consiste nel tentativo di abolizione della
complessità e della problematicità del reale.
Perseguendo tale strategia mediatica, la politica non
mira ad avvicinare la gente alle questioni in campo, ma tende a
rassicurarla istigandola all'ignoranza delle stesse. L'oramai
famigerato adagio berlusconiano, secondo il quale “tutto
va bene”, non è che uno slogan coniato allo
scopo di persuadere gli ascoltatori a non riflettere sulle
ragioni di un problema, poiché il problema nel momento
stesso in cui ce lo poniamo non sussiste: a detta del governo
esso è risolvibile se non già risolto. Inoltre,
questa dinamica elementare si avvale anche di subdoli artifici
retorici col manifesto proposito di fuorviare una corretta
percezione dei fatti da parte dell'opinione pubblica. Esemplare
in tal senso è il diffondersi di termini come “esportatori
di pace e di democrazia” per identificare i soldati in
guerra in Iraq; oppure “effetto euro” adottato
come alibi generalistico e generalizzato per descrivere
un'economia, quella italiana, ormai in perenne calo pure a
confronto dei tanti paesi europei entrati nell'Unione i cui conti
pubblici oggi godano di ottima salute o vadano risanandosi più
velocemente rispetto ai nostri. L'abolizione della complessità
e della problematicità del reale perciò trova
la sua scaturigine nello svilimento del linguaggio a favore degli
slogan. Il linguaggio viene declassato a semplice veicolo di
banali idealizzazioni ed è questo l'inganno che la satira
di Daniele Luttazzi e di Beppe Grillo giungono a smascherare,
incitando il pubblico a ribellarvisi e sottoponendosi al confino
professionale imposto loro dal potere politico.
b)
Il secondo effetto è la vampirizzazione politica
del concetto di agenda setting.
Nel gergo tecnico
della comunicazione, con il termine anglosassone agenda
setting si intende testualmente il “mettere
all'ordine del giorno”. Ora, mentre in passato era
la televisione cooperativamente con gli altri media di massa a
vigilare sulla politica forzandola ad occuparsi di ciò
di cui i cittadini esigono che si occupi, recentemente in Italia
tale tendenza è stata capovolta. Data la pressione di
un presidente del consiglio che possiede tre reti televisive e
controlla le restanti tre, la politica ha potuto assumere il
pieno controllo del giornalismo televisivo e si occupa essa
stessa dell'agenda building, ossia di focalizzare
l'attenzione pubblica su certi temi, per contro distogliendola
da altri.
Il risultato è che oggi in Italia, la
sfera politica intende pilotare l'informazione e per
quanto concerne il medium televisivo, senza dubbio ci è
già riuscita.
(ASCOLTA
IN MP3 Marco
Travaglio: 'informazione oggi' dur. 8,19 min.)
c)
Il terzo effetto è dato dalla rimozione degli stimoli
reciproci, tra media e politica, a perseguire e dire il vero.
Questo punto è probabilmente una diretta
conseguenza dei primi due; difatti un giornalismo del tutto
asservito alla politica oltre a concedere carta bianca
alla corruzione, ove questa intenda agire indisturbata senza
premurarsi di rispondere delle proprie malefatte, per converso si
autostimola a parteggiare politicamente, prestandosi esso stesso
alla menzogna onde ottenere riconoscimenti e premi dagli organi
di partito ai quali dà manforte.
Sicché,
l'ultima e amara osservazione, consiste nell'affermare che la
televisione generalista, sia essa Mediaset o RAI, passo
dopo passo si è trasformata nella prima e principale
arma atta a difendere e insieme perpetuare la perversione
di una deriva politica fondata sulle bugie.
(ASCOLTA
IN MP3 MarcoTravaglio:
'sagome di cartone' dur. 6,32 min.)
PARTE
4. CHI SONO LE VITTIME ?
Naturalmente
di domanda retorica si tratta e una risposta sembrerebbe
superflua o quantomeno scontata; per cui la affido, in chiusura,
alle parole di Marco Travaglio.
(ASCOLTA
IN MP3 Marco
Travaglio: 'vittime' dur. 1,52 min.)
(scrivi
una email all'autore)
L'audio
completo (dura oltre due ore...) della recente conferenza di
Marco Travaglio all'Università di Bologna circola
liberamente in Rete. Una copia è reperibile all'indirizzo:
http://www.piazzaaldrovandi19.org/travaglio.mp3
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